
Per la prima volta mollo bloc notes e borsa in un angolo e mi lancio nella preparazione di un azzardato bustino con pezzi di stoffa, nastri di raso, reti da pesca, ami a mo' d'ornamento. Mi mancava questa partecipazione attiva.
E attorno alle tre, dopo la presentazione del libro lo staff ha iniziato a preparare pesce fritto per tutti, donando ad ogni partecipante elegantissimi gadget gastronomici preparati con tutto fuorchè i materiali che ci si sarebbe aspettati.
Fish and books...and cook.

Boredom is the enemy
Il terzo ed ultimo flmato andava a presentare il contrasto tra forma e contenuto attraverso l'uso di una colonna sonora piuttosto che un'altra, addirittura la colonna sonora proseguiva per qualce minuto dopo la fine delle immagini, con un effetto un po' sconcertante.
La conferenza si è poi conclusa con una serie di domande fatte dal pubblico e una distribuzione collettiva di cartoline e palloncini; qualcuno ha chiesto "E niente powerbook omaggio?". Sembra che l'idea sia stata presa in considerazione per le conferenze di stasera, accorrete numerosi.

Momus that makes sound
Take a picture
Buio in sala e mi viene mostrato in anteprima il montaggio del video realizzato ieri. Dopo un iniziale brainstorming per raccogliere le idee Fonda e Bertoncello hanno indirizzato il lavoro verso alcune idee particolarmente meritevoli. La ragazza protagonista del video soffre realmente di questo problema: porta un apparecchio per rimpiazzare due denti che le mancano. Ironicamente si è prestata per la causa mettendosi in gioco in prima persona. Davvero simpatico e dinamico nella sua realizzazione, Denti verrà presentato domenica nella giornata conclusiva di Teach Me insieme ad un secondo lavoro che verrà realizzato questo pomeriggio.
Eugenio C.
Ad essere onesta prima di arrivare qui Momus non l'avevo mai sentito neppure nominare, ma devo dire che l'uomo con la benda sull'occhio aveva colpito la mia attenzione fin dal primo giorno, quando ho scoperto che il tipo ha anche un blog, la qual cosa poteva essere solamente foriera di empatia.
Il suo workshop parte da un'analisi dei suoni prodotti dagli oggetti come fonte d'ispirazione per creare storie. I partecpanti sono andati in giro per Venezia a registrare i rumori non verbali più disparati, considerando anche quelli prodotti dal corpo, visto, in questo caso come artefice di suoni.
Si parte da un suono per tracciare uno spunto narrativo e poi ne vengono introdotti altri per influenzare l'andamento narrativo in un connubio di suoni ed immagini.
Alla fine del workshop verrà creato un dvd coi contenuti creati.
Mentre ringrazio e faccio per appropinquarmi timidamente alla porta il "pirata in infradito" fa addirittura i commenti per il blog.
Impossibile non arrossire...
Da brava profana ho sempre pensato che la tecnologia non potesse che accrescere le potenzialità di espressione in certi campi senza pensare ai limiti posti dalla carenza di manualità. L'unione di "sapere" e "saper fare" senza che gli studenti si rintanino dietro ai loro schermi a giocherellare con la mail o a cercare su google notizie sugli argomenti prima ancora che vengano spiegati, lamentandosi talvolta della carenza d'informazioni rispetto ad un artista piuttosto che a un altro.
Come diceva anche Messina oggi pomeriggio l'importante dovrebbe essere non impigrirsi troppo dietro alla nuova tecnologia che offre un rapido "sapere" prefabbricato fruibile velocemente da tutto, ma riuscire ancora a perdersi dietro la voglia di un approfondimento.
Dopo l'esperienza un po' traumatica con la conferenza ipertecnica della mattina mi aspettavo tutto fuorchè "La soddisfazione del satellite".
Messina ha colto l'occasione per non parlare di grafica e deliziarci con tutta una serie di aforismi scelti tra vari autori.
Il gioco è stato anche nel suo "mischiare le carte" e costruire man mano il discorso sulla base degli slide cartacei che apparivano mano a mano.
E' stato analizzato il discorso della creatività a tutto campo, si è parlato di tempo, di istruzione, di politica, di amore, di visioni; tutto ad affermare che "creatività" è curiosità, attenzione e sincretismo di più saperi. Non solo specializzazione, status verso cui troppo spesso la scuola indirizza i suoi studenti.
Tra gli aforismi che sono riuscita a trascrivere mentre mi dilettavo ad appendere aggraziatamente cartelli ne segnalo un po' premettendo il fatto che ognuno, volendo, meriterebbe un trattato a parte.
"Se una cosa non vale la pena di farla vale la pena di farla bene"
"La tecnica rende liberi"
"L'amore prende tempo"
"Non ci sono lavori grandi o lavori piccoli, ci sono solo lavori fatti bene o fatti male"
"La bellezza non tratta qualcosa"
"Le cose complicate sono solo un insieme di cose semplici"
"Ripetiamo sempre che ci manca il temoi; in realtà siamo noi che manchiamo al tempo"

La redazione operosa
Autoritratti censurati
Eugenio C.
Delle conferenze seguite finora questa a parer di profana sembra certamente la più tecnica.
Anceschi si presenta alla platea in tono colloquiale, interagisce con i presenti in sala e utilizza un linguaggio il più possibile accessibile a tutti, parla di Bauhause. di scuola di Ulm, di extrasensorialità e di sincretimo.
Parla di Basic design come di un qualcosa che esiste di per sè da prima ancora che gli venisse attribuita una definizione, parla di studio sui colori, sulle formi, di diversità percettive.
Presenta un'attività finalizzata ad un obiettivo. Che poi possa essere libera e variegata non cambia il fatto che sia una zona della disciplina che va esplorare linguaggi ed applicazioni al fine di trovare un'innovazione. allo studente così come al professionista viene richiesto di ottenere qualcosa di ben preciso, ed il basic diventa così simulazione, studio e riproduzione.
Studia quell'aspetto importante che tutti danno "per scontato", cioè la forma, che sia essa concettuale, semantica, significativa o astratta.
Ciò serve anche per tracciare la differenza tra design e arte, che ci vengono presentate come due insiemi che si intersecano; entità diverse con più di qualche punto in comune.
Il Workshop di Åbäke propone un lavoro sulle connessioni ideali che possono essere effettuate tra oggetti e concetti di qualsiasi sorta.
I partecipanti al workshop sono stati invitati prima a disegnare il proprio ponte preferito a memoria, gli elaborati sono stati poi appesi alle pareti e sotto ognuno ciascuno studente ha scritto un oggetto o un soggetto cui era particolarmente legato, o che stuzzicava particolarmente la singola creatività.
A quel punto gli Åbäke hanno selezionato casualmente i lavori a gruppi di due o tre e chiesto agli autori di riunirsi per cercare a gruppi un ponte ideale di connessione tra le idee più disparate.
Prima della conferenza di Giovanni Anceschi tre ragazzi hanno proposto la loro rivista: Za.
Il senso di questa rivista è fare un'operazione di ricerca rimanendo aperti ad ogni possibilità, sia dal punto di vista ideologico che sul fronte delle collaborazioni.
Per ulteriori informazioni consultare il sito: http://www.zarevue.org
Brevemente mi spiega le linee del workshop.
Sono partiti ieri da una copia di un quotidiano, ognuno dei partecipanti ha quindi scelto un articolo, una foto, un'immagine che sentiva particolarmente "sua" al fine di interiorizzarlo per poi riproporlo in un'idea generale di pubblica utilità. Partendo dal globale per arrivare al particolare.
Nella giornata di ieri ciascuno ha contestualizzato la propria idea elaborando una stima di progetto a seconda di chi, come e dove avrebbe dovuto essere utilizzato. Oggi invece gli studenti si dedicano alla realizzazione pratica del progetto per poi esporlo oggi pomeriggio alla fine del workshop.
Tra gli studenti con cui mi sono soffermata a parlare Francesca Mantà partendo da una pubblicità di Trenitalia ha pensato di progettare un oggetto che aiutasse a recuperare l'antico spirito dei viaggiatori, con pochi bagagli, tante idee e una buona dose di spirito d'adattamento.
Si sta quindi dedicando alla preparazione di un kit per aiutare chi oramai non riesce a fare a meno delle proprie comodità.
Ci mostrano esempi di filmati davvero originali, spiegando le tecniche per far sembrare reale ciò che in realtà non lo è affatto, operando opportuni tagli e utilizzando piccoli trucchi del mestiere. Dall'idea al video finale il tutto passa per la Tecnica ed è necessario riuscire a riprodurre esattamente quello che si ha in mente... Ma l'idea di un video originale come nasce?
Federica propone un metodo di agostiniana memoria: tolle lege. Prendete il dizionario, pescate la prima parola che esce, senza barare. Quella sarà la vostra IDEA guida. A partire da questa il lavoro di ognuno sarà di trovare una sua collocazione nel video, dargli forma e dimensioni, indicargli una direzione da seguire. Gli studenti vengono invitati a "creare" il loro personaggio su quest'idea con una foto, un disegno, qualcosa che possa essere un buon punto di partenza.
Non prendo il dizionario. Non mi affido al gusto raffinatissimo del lasciar scegliere al caso la mia idea. Svuotando la mente mentre seguo i discorsi di Ries e Federica l'idea mi viene da se'. Un pesce. Un piccolissimo pesce, che gira per la strada in mezzo alla gente che corre per andare al lavoro, in mezzo al giovane che gira sui rollerblade, alla bambina con il palloncino. E poi...
Come va a finire la storia non ne ho ancora idea. Per ora c'è il pesce. Torno di là e vediamo che succede.
Eugenio C.
Mi appoggio al pavimento armata di carta e penna e tutto su un colpo si spengono le luci rendendo vano il mio spirito di liceale ritrovata.
Passano le prime slides di Matali e rimango totalmente incantata, ancora una volta mi rendo conto di percepire le immagini in maniera diversa da buona parte del pubblico, infatti qua e la sento qualche commento di natura tecnica mentre io mi ritrovo a pensare che quel meraviglioso divano azzurro smontabile sarebbe l'ideale per far giocare la mia sorellina.
Alla fine della conferenza infatti sono quasi tentata di avvicinarmi e di chiedere qualcosa tipo "ma dove si compra", la necessità di darmi quantomeno un minimo di contegno però mi trattiene.
Arrivata al turno di Paul Davis sono troppo stanca e mi accascio contro il muro affranta, lui tiene banco alla platea con simpatia e malgrado siano ore che tutti si è impegnati nelle più svariate attività l'attenzione è altissima e la fine dell'esposizione viene accolta da un applauso scrosciante.
Segue dibattito che comprende anche un veloce scambio di battute tra Momus e Paul Davis, ma la platea è intimorita e le domande scarseggiano un po'.
Speriamo che oggi si inizi ad essere già più sciolti.
Grandi tavoli di legno, brevi presentazioni e si prende posto. Si apre con la consegna di alcuni libretti il workshop di Guido Scarabottolo e Giovanna Zoboli: sono i libri a naso, Vita e passione di B. T., quadro e la sindrome di bau, oggetti che ci aiutano a costruire il percorso che unisce le immagini di Scarabottolo alla scrittura di Giovanna Zoboli, culminando nella visione del loro ultimo lavoro, UNA VITA. (Romanzo Metafisico) (Guanda 2005).
Mentre faccio premio di questo bellissimo regalo non chiesto, realizzo di essere l’unica persona che qui scriverà , mentre gli altri, prevalentemente ragazze, provengono da percorsi un po’ diversi, linguaggi che utilizzano immagini e figure, colori al posto della mia penna e forme da sagomare, tagliuzzare, tingere, mentre io incateno frasi e corpi di caratteri.
Questi tre giorni li dedichiamo alla censura. Non è semplice trovare un linguaggio che ci permetta di agire in modo corale. Una giornata non è bastata per formare dei gruppi di lavoro né per avviare progetti individuali consistenti, ma ha dato frutto l’interrogarsi sul senso di questa parola: censura.
Noi riflettiamo e Guido Scarabottolo disegna su un grande foglio due donne: una completamente coperta, di cui rimane solo uno spiraglio visibile di corpo in corrispondenza degli occhi; l’altra tutta nuda ma con una striscia sugli occhi che le impedisce di vedere e di guardare. Per esplicitare fisicamente la sensazione di buio prodotta dalla censura dello sguardo, lo stesso Scarabottolo si copre la vista con una striscia nera di cartoncino rettangolare, fermato sul viso come fossero occhiali.
Il tema proposto è insidioso e stimolante e produce lentamente un reticolo di associazioni, percorsi dell’intuito o del ragionamento, che per alcuni finiscono in disegno, per me nella Storia del sarto censore. Le proposte di lavoro si sommano, Scarabottolo ci racconta del nero che per anni gli è stato impedito di usare, Zoboli ricorda di come le furono vietate parole giudicate ‘negative’ o personaggi di fantasia che per il loro look dark avrebbero potuto pericolosamente indurre qualche adolescente al suicidio. Cose da non credere. Episodi di censura quotidiana.
L’occhio dell’illustratore è sempre attento e non sfugge la scritta VIETATO FUMARE alle nostre spalle, sul muro, appena visibile sotto una copertura di colore con cui è stata dipinta la parete nel suo restauro: ecco un altro esempio concreto di censura.
E se provassimo a raccogliere tutte le parole cancellate sui muri? Se iniziassimo a cancellare da un libro tutte i termini di cui non comprendiamo il significato? I primi segni li tracciamo nel pomeriggio, a partire da un’indicazione precisa: costruire un autoritratto autocensurato.
Ma l’operazione riesce a tutti solo in parte. Guardo i disegni appesi e mi chiedo cosa davvero abbiamo, ci siamo censurati. Mi accorgo che per iniziare il mio dialogo con la censura e le sue rappresentazioni, la devo prima interrogare, andarla a cercare e in questo modo, in direzione totalmente anticensuratoria, alterno la scrittura di brevi frasi a parole chiave che sintetizzano degli stati: inversione, smarrimento. Liberamente. Se penso alla censura vedo processi di sottrazione, afasie, buchi. Azzardo che il non pensare, ancora prima del silenzio di tomba, sia la zona di vittoria della censura e quindi vado a caccia del suo inventore: il sarto censore che taglia le lingue e ruba i pensieri per farne bottoni che non chiudono e cerniere che non si aprono. Immagino che abiti in grattacieli in cui stipa i suoi bottini rubati e più mi capacito del suo potere limitante, più sento la forza di moltiplicare le mie voci.
A fine giornata sono riuscita ad entrare nel grattacielo del sarto, abbiamo un appuntamento e ho deciso di aspettarlo. Ho appeso le mie dichiarazioni su una parete metallica, in mezzo ad alcuni disegni di altri, nel tentativo di generare un cortocircuito luminoso tra testo e pictures, come una scossa, una reazione chimica fiabesca e misteriosa. Ma nulla, per ora, si è mosso. Ho appeso altre striscie aggiungendo dettagli sugli ambienti del grattacielo: stanze, stanzette, stanzini, stanzoni.
Domani si prosegue, meno solitari e un po’ più coraggiosi.
Giulia Mirandola
Attraverso lo stabile e salgo la rampa di scale fino all'aula 18, subito rimango stordita dall'odore di colla e di colori. Tutti gli studenti sono seduti attorno ad un tavolo, intenti a ritagliare, incollare e colorare brandelli di giornale, l''atmosfera è allegra, caciarosa, viene voglia di farne parte.
Chiedo spiegazioni ai responsabili e mi viene spiegato che i ragazzi stanno rielaborando un racconto breve di Rodari: "La strada che non andava in nessun posto". A tutti è stata fornita una copia di Repubblica ed è stato chiesto di elaborare una chiave interpretativa del racconto utilizzando a proprio piacimento il quotidiano, per poi creare un lavoro grafico su tavola o direttamente sul quotidiano.Tutto un guazzabuglio di testi, colori, ed immagini in un gigantesco esperimento di interpretazione illustrata.
In particolare è stato richiesto un lavoro veloce, da completarsi nel giro di una giornata, sul piano concettuale, interprettativo più che formale.
Il tema lascia spazio ad un approfondimento enorme, che sapazia dal confronto dei diversi registri al come partendo da uno stesso materiale ogni partecipante riesca ad estrapolare una forma originale per arrivare alla rappresentazione del medesimo concetto.
Incuriosita su come si possa rappresentare quel che di solito interviene in un certo qual modo a bloccare una rappresentazione entro nell'aula e chiedo a Guido Scarabattolo che lavoro stanno facendo precisamente.
Mi spiega che in mattinata sono state discusse tutte le forme di censura che potevano venire in mente mentre in questo momento ogni partecipante al workshop sta creando un proprio autoritratto censurato. Do una rapida scorsa hai fogli, c'è chi disegna il proprio volto ingabbiato tipo "La maschera di ferro", chi si nasconde dietro una macchia d'inchiostro, di sfuggita vedo una ragazza che ha disegnato la propria testa con una specie di cassa che intrappola il cervello e mi ritrovo a pensare che renda perfettamente l'idea di ciò che provo in determinate situazioni, quando mi trovo costretta a tacere onde evitare un terzo conflitto mondiale.
Il fine del workshop, continua Scarabattolo, è capire come muoversi, cosa pensare, senza porsi alcun limite, illustrando gli aspetti "preferiti" della censura.
Si finisce ad ammettere che ci sono molti modi per esprimere la censura, alcuni più subdoli di altri, che si basano sull'omissione o l'eccesso d'informazione. La censura è qualcosa di estremamente astratto ed insieme "volgarmente" reale.
Particolare l'esemplificazione fisica di censura che Scarabattolo ha portato ai partecipanti, un rettangolino nero montato su due stanghette a rivangare l'avo dei volti scontornati digitalmente per tutelare la privacy.
In fondo quel che conta è l'idea.
E' un attimo e non v'è più un solo posto libero in tutta l'aula, c'è chi ci si siede sulle scrivanie, chi sta in piedi e chi addirittura è costretto ad asoltare dallo spiazzo dietro la porta d'ingresso.
Omar Vulpinari inizia a parlare, colloquialmente, piacevolissimo all'ascolto, è qua per spiegarci cosa ci dev'essere (e cosa non ci dev'essere) in un buon portfolio. Parte da una citazione di Jack Black [adesso non dovete far altro che andare fuori e sciogliere le facce] e spiega che chi come lui per lavoro si trova ad esaminare centinaia di portfoli all'anno spesso non vi dedica più di una decina di secondi, quindi l'imperativo dev'essere "colpire", costringere all'attenzione, rapire.
Mi ritrovo a prendere appunti concitata, entusiasta, come non capitava dal liceo. Mi rendo conto anche di essere l'unica a prendere appunti, ma qua sono un'outsider.
Il "sistema contenitore" del suddetto dev'essere inoltre originale, unico; chè sono passati i tempi dei raccoglitori neri ad anelli, poi sorridendo ammette che i suoi primi portfoli erano appunto presentati sul classico libbricino nero. Tra gli esempi presentati come esempi di contenitore spicca un calco di un volto col portfolio arrotolato all'interno, o una maxi cartolina postale dalla Svizzera, recapitata dall'autore vestito da postino svizzero a cavallo di una bicicletta originale della posta svizzera.
Dopo aver catturato la curiosità del sadico esaminatore tuttavia è necessario mantenere alto l'interesse, per non lasciare un sapore amaro in bocca, "come quando si va a vedere un film al cinema perchè il trailer sembra spettacolare e poi si scopre che è una cagata pazzesca".
Il contenuto dev'essere all'altezza del contenitore, se non superiore, si può giocare sulle dimensioni, enormi e minime, è consigliabile anche una lettera d'intenti, per presentarsi.
Bisogna tener conto anche del fatto che il lavoro dev'essere visionabile velocemente, presentarlo su cartaceo, su schermo (se in formato facilmente fruibile, ad es. PDF) o online è consigliabile.
Al portfolio va sempre allegato un curriculum completo, e qua il nostro relatore consiglia di non affidarsi al classico foglio di word ma di rendere anche il currriculum un manifesto di creatività. Anche i documenti e le lettere di raccomandazione faranno un'impressione migliore organizzati in maniera originale piuttosto che infilati in comuni buste.
Tralaltro sarebbe preferibile preparare ogni volta un portfolio "ad hoc", per carpire l'interesse di chi lo visiona come per dimostrare il proprio interesse per quel preciso progetto.
Consigliabile è anche inserire qualche "extra", ovvero oggetti originali che possano essere anche considerati piacevoli omaggi (magliette, portapenne, marmellate della nonna, salami fatti in casa, etc...),
L'importante è essere consci che il portfolio deve offrire uno scorcio del proprio massimo di creatività e disciplina, quindi bisogna anche un po' imparare a "vendersi". Nel senso che se c'è un buon lavoro in cui un particoare è molto bello è consigliabile mettere soltanto quello.
Tra le cose da non dire c'è la frase tipica "questo è il mio portfolio, ma io non sono così, è che non mi han mai dato l'opportunità di esprimermi come avrei voluto". E' altamente controproducente, e il consiglio che viene dato è di crearsi i propri progetti ideali, proporsi ad associazioni, lavorare gratis, fare ricerca individuale. per dare il meglio di sè.
Può essere carino anche accludere alcuni schizzi del lavoro accanto alla rappresentazione del lavoro compiuto, per mostrare l'evoluzione del processo creativo.
Ciò che non bisogna assolutamente fare è invece presentare il proprio portfolio in buste di plastica ("rifuggitele come la peste"), non spedire soldi (sì, capita anche quello) e non accludere tutto l'archivio chè tanto nessuno mai avrà tempo di visionarlo.
Si deve scegliere il "meglio del pertinente", adattare il lavoro al tipo di richiesta, non inserire foto "se non si possiete il magnetismo di Brad Pitt", e, soprattutto, mai inserire un lavoro vecchio o che non rispecchia l'autore.
Nei rarissimi casi in cui ci si dovesse trovare a dover presentare personalmente il portfolio la cosa più importante è cercare di stabilire un contatto con chi dovrà poi esaminarlo, documentarsi in maniera d'avere poi qualcosa da dire.
Sembrano passati pochi minuti, ma già un'ora se n'è andata ed è tempo d'andare a rifocillarsi e a prepararsi per il pomeriggio. Vulpinari saluta spiegando che rimarrà a disposizione ancora un'oretta per parlare e visionare eventuali lavori. Racolgo i miei fogli e scendo le scale, mi riapproprio del Mac.
E rieccoci qua
Paul Davis ha chiesto ai partecipanti al suo workshop di muoversi per lo stabile alla ricerca di storie da disegnare. Azzardo un "Posso vedere cos'hai disegnato?" e rimango praticamente sconvolta dal risultato, in appena qualche minuto è riuscita a rendere il mio viso "di tre quarti" e ad assegnargli tutte le peculiarità che ne fanno il mio viso.
Qualcuno la chiama, "Lucia...", il suo telefono suona, si alza dal tavolo e posso gettare uno sguardo anche su ciò che sta disegnando sul retro del foglio. E vedo le mie, di mani, su quel foglio; le dita che scorrono sulla tastiera. Arriva una ragazza a parlare con lei, parla senza smettere di disegnare, le dice "Un attimo, ho finito"; dopo pochi secondi appena già cambia scrivania ed inizia a narrare un'altra storia a colpi d'immagini.
Tutto questo nel tempo di un post
L'agitazione regna sovrana qua attorno, i telefoni non lasciano tregua, il tempo che scorre neppure; c'è chi fa continuamente spola da un piano all'altro dello stabile, da un'aula all'altra, da un workshop all'altro. A controllare che tutto proceda per il meglio.
I rumori sono eterogenei, si va dal suono di voci più o meno concitate ad una specie di fruscio che si ripete ad intermittenza, dal rumore della laguna al ronzio dei Mac, e poi tutta una serie di suoni di natura indefinibile.
Attorno a me ci sono borse d'ogni sorta, scatoloni semiaperti ed in lontananza posso intravedere anche un carrello della spesa. Alle mie spalle sono impilate delle scrivanie e c'è un pannello di legno affisso al muro a riempire praticamente un'intera parete. Per ora vi sono affissi solamente il programma e la dislocazione delle aule, più avanti si vedrà.
E proprio mentre sto iniziando a pensare che l'unica cosa che manca è una colonna sonora un ragazzo attacca a cantare "Su di noi", con un'intonazione più che discreta peraltro.
Si può dire che ci sia un po' di tutto.
Compreso un cuore di gomma gonfiabile con tanto di ventose per attaccarlo al monitor.
Rachele conferma di avere una certa propensione per la santità ma conscia dei suoi limiti con l'html ci terrebbe a precisare che il merito della trasfigurazione del foglio di stile va alla sconfinata pazienza di quest'uomo.
Com'è che i nostri ospiti non si sono ancora visti – a parte Paul Davis a cui hanno perso le valigie e Momus che era distrutto dal viaggio – e invece gli studenti imperterriti si sono presentati alle 9.09 antimeridiane? La sorpresa piacevole è che una santa persona – a.k.a. Rachele – ha trasformato il foglio di stile in un bellissimo blog durante la notte, complice la testata di Andy Rementer. Vi stiamo aspettando, iniziamo fra 63 minuti.
Mi godo questi ultimi istanti di tranquillità prima della bagarre e aspetto incuriosita di vedere cosa succederà domani.
Buona notte blog.